Festa di San Giuseppe
Nei momenti di crisi e malattie che alteravano l’equilibrio familiare molti invocavano la protezione di San Giuseppe…
Dopo aver ricevuto la grazia, in segno di gratitudine, il credente teneva fede alle promesse fatte al Santo (Li prumissioni). Per onorare la promessa la persona che aveva ottenuto la grazia bussava alle porte delle abitazioni dei paesani e, umiliandosi, chiedeva una ricompensa in denaro o in natura (San Giuseppe”addumannatu”).
Talvolta per sciogliere la promessa, in occasione della festa, molte famiglie imbandivano le “tavolate” in onore del Santo, e a favore dei poveri. La tavolata veniva rivestita con materiale pregiato e con alloro. L’alloro compare sia come addobbo ornamentale che come segno di gioia e di trionfo. Un tempo la tavola veniva addobbata con coperte di “ciniglia”, oggi invece vengono utilizzate “tovaglie”, “cutri” e “linzola” in lino ricamate o lavorate all’uncinetto, che generalmente fanno parte del corredo nuziale delle donne. Sulla parete di fondo della “tavolata” veniva disposto il quadro di San Giuseppe, accanto al simulacro ” lu lavureddu” “bracco”, simbolo dei lavori nei campi, frese, calli e fiori di ogni genere.
Nella parte centrale venivano collocati l’Agnello, simbolo dell’immolazione del figlio di Dio sulla croce, e altri dolci di pasta reale. Ai due lati dell’Agnello trovavano sistemazione due palme, segno del martirio del Cristo, un cuore di pasta reale, espressione dell’amore infinito di Dio per l’umanità intera, e delle piccole pecore da un minimo di tre (simbolo della Sacra Famiglia) ad un massimo di ventiquattro, molto spesso le pocorelle di pasta reale erano dodici o tredici (simbolo degli Apostolo o dell’ultima cena). Con rigorosa simmetria venivano disposte sulla tavola, torta e dolci di ogni tipo (mostazzola, cciarduna, cannola, acrtoccio, pignolata, bignè, sfince, vucciddrati, biscotti, savoiardi, ‘ncannellati, amaretti, e vari torte).
Compaiono pagnotte di varia forma: “Lu vastuni” (sorregge l’anziano), “La Trinità” (caratterizzata da tre pani in uno: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo del mistero cristiano) “La parma” (rappresenta l’entrata a Gerusalemme di Cristo), “La varbuzza” (La barba di San Giuseppe) “Li chiova” “Lu marteddu” “la scala” “La tinaglia”, collocate vicino al quadro simboleggiano gli arnesi di lavoro della professione artigiana di San Giuseppe. Sull’altare veniva posto anche un pane di forma rotonda; “lu Sacramentu” che raffigura l’ostia consacrata.
Oltre al pane compaiono frutta fresca e secca di ogni genere. Si trova una bottiglia di acqua (purezza e di vino (il sangue di Cristo). Per rendere gioiosa la tavola veniva posto un contenitore con pesci rossi.
Una colocazione importante ha l’anguilla viva, posta all’interno di un’ampolla di vetro piena d’acqua, che rappresentava l’eterna lotta tra il bene e il male.
Durante il banchetto, solitamente l’anguilla muore oppure se resta viva viene fatta soffocare dentro il vaso stesso (simbolo della sconfitta del male). Particolare attenzione veniva riservata all’esposizione delle arance: tagliate a metà, venivano collocate sulle bottiglie e sulle pietanze.
Le vedure e i cibi poveri e semplici completavano il menù: frittate di sparaci, garufi, carduna, munaceddri, Cacocciuli, froscia, capunata d’alivi, spaghetti precotti con mollica di pane. L’addobbo del “Sanciseppi” era completato da sacchetti di farina, vucciddrati, finocchi duci, cacocciuli e lattuchi. Nella parte inferiore o laterale dell’altare venivano sparsi rami di rosmarino.Nelle tavole non compare la carne sostituita da vari tipi di pesce. La preparazione della tavola coinvolgeva tutti gli amici e i parenti.
Il 18 marzo, la vigilia di San Giuseppe, il luogo veniva predisposta la “tavolata” veniva benedetto dal sacerdote. Il giorno dein festeggiamenti tutti gli abitanti del paese erano invitati a mensa, particolare riguardo era riservato ai poveri che rappresentavano i Santi.
Dopo la benedizione e le varie preghiere veniva dato inizio al banchetto con “La lavata di li mani a li Santi e la spartizione di un’arancia (i quali 12/13 spicchi simboleggiano i dodici apostoli). Durante il pasto dei gruppi di cantastorie intonavano lu “Pupulu mè”, canto tipico della pietà popolare. I padroni di casa avevano l’obbligo di vegliare la mensa in segno di sacrificio e fede.Tutte le pietanze venivano servite ai poveri, commensali speciali.
(Tratto dal Libretto “La Tavolata di San Giuseppe Una mensa ricca di simboli e devozione religiosa” realizzato dalle volontarie in servizio civile di Bivona)
La festa. Se la sera del 18 è dedicata alla visita delle tavolate, il 19 marzo si svolge la festa liturgica. Nella chiesa B.M.V. del Carmelo “Chiesa di lu Carminu”, vengono celebrate due messe solenni con la dispensa del pane benedetto, e nel pomeriggio viene portato in processione il simulacro di San Giuseppe.
La Processione attraversa la parte bassa e alta del paese, coinvolgendo l’intera popolazione di Bivona, che accompagna il Santo recitando il Santo Rosario.
Alla fine, giunti in P.zza S. Giovanni, tutta la comunità ammira i giochi pirotecnici ed infine accompagna il simulacro in Chiesa, dove il Sacerdote ringrazia la comunità e quanti si sono prodigati nell’organizzazione.
