Santuario Madonna dell’olio
Sicuramente il culto dei bivonesi verso la Madonna dell’Olio è molto più antico di quanto ci attestino i documenti di cui disponiamo. Il titolo deriva alla Vergine dall’olio minerale che affiora nei pressi della chiesa e che anticamente veniva utilizzato non solo come combustibile per lucerne ma anche per la cura di alcune malattie. Questo fenomeno naturale, raro in Sicilia, avrà anticamente colpito gli abitanti delle plaghe ove esso si manifestava, al punto di fare attribuire al luogo dell’affioramento valenze sacre, successivamente elaborate dalla fede cristiana: abbiamo potuto notare, infatti, che in Sicilia soltanto nei due centri dove. si manifesta il fenomeno (a Bivona e a Petralia Soprana) si riscontra un fervido culto a Maria SS. con la denominazione di “Madonna dell’Olio”, e ciò senza che i rispettivi abitanti fossero stati a conoscenza del comune particolare aspetto di religiosità e dell’uguale attribuzione del titolo alla Vergine. Con quale senso del prodigioso e del sacro ancora nel Seicento fosse vissuto il nesso tra quell’affioramento di olio minerale e quel culto dedicato alla Vergine, risulta dalle annotazioni del gesuita O. Caetani scritte nei primissimi anni di quel secolo: “Avanti alla chiesa vi corre il fiume di S. Margherita e alle sponde del fiume vi scaturisce un liquore che ha l’odore di cipresso ed il colore pardiglio, e brugia come l’oglio comune, … col quale ungendosi molti infermi sono guariti di varie infermità. Mettendosi una goccia di oglio sopra un pannolino si distende come forma di croce. Quantunque il liquore scaturisce per la qualità del terreno bituminoso e della pietra ch’è di natura grassa ed untuosa, la pia devozione e semplicità dei terrazzani afferma che la Madonna, come loro dicono, fa nascere quella grazia, e tanto il liquore quanto la pietra la chiamano la Grazia della Madonna, della quale alla giornata se ne vedono chiari segni perché bevuto col vino sana il mal di freddo”. Non manca, d’ altra parte, a Bivona una tradizione orale che attribuisce l’origine di questo culto al ritrovamento in quel sito di un miracoloso quadro della Vergine Maria. Si sconosce l’epoca della prima fondazione della chiesa, che, però, già nei primi anni del Seicento era stimata “assai antica”. E’ certo, comunque che le fonti d’archivio attestano l’esistenza del toponimo “Madonna dell’Olio” già nel 1514 e che ne1 1522 figura già un riferimento alla chiesa. Non si trattava però della chiesa attuale, poiché in quegli anni l’edificio sacro intitolato alla Madonna dell’Olio sorgeva non sulla riva sinistra, ma sulla riva destra del fiume S. Margherita ed era così prossimo al corso d’ acqua che le piene finirono col comprometterne la fabbrica. Per tale motivo, e per evitare ai devoti l’attraversamento del fiume per raggiungere la chiesa, intorno al 1540 venne presa la determinazione di “far la chiesa da questa parte del fiume, dove adesso si ritrova”, ma, forse, allora non dovette mancare il parere contrario di alcuni fedeli, dato che, subito dopo, corsero voci “che la Madonna, essendo già posta nella chiesa nova, molte volte fu vista nella chiesa vecchia”. A prendersi cura della chiesa doveva essere fin da allora la Confraternita (o Compagnia) della Madonna dell’Olio, della quale sconosciamo la data di erezione. Nel 1574 la vecchia immagine della Madonna dell’Olio esistente nella chiesa rurale venne sostituita con una nuova tela del medesimo soggetto (opera del pittore bivonese Cesare Oddo) destinata a fornire fino alla seconda metà dell’Ottocento le sembianze della venerata Madonna a generazioni di bivonesi.
La festa veniva celebrata il primo mercoledì dopo Pasqua, giorno in cui convenivano nella chiesa rurale fedeli provenienti non solo da Bivona ma anche dai vicini paesi di Alessandria e S. Stefano; i più devoti continuavano poi a visitare la chiesa anche nei successivi mercoledì fino alla Pentecoste. La Madonna dell’Olio era particolarmente invocata in tempi calamitosi, come “in penuria d’acqua” ed in tali circostanze la sua immagine veniva portata processionalmente nelle vicine campagne per impetrare la pioggia benefica. Non era invece in uso la processione che attualmente si svolge dal santuario rurale a Bivona nel giorno della festal. Il12 agosto 1614 il vescovo di Agrigento concesse la chiesa della Madonna dell’ Olio, “con tutti i giogali, le campane, i redditi, gli introiti, i legati, gli emolumenti e i profitti alla detta chiesa spettanti e pertinenti”, agli Eremiti Riformati di S. Agostino perché vi costruissero accanto un convento da servire come sede della loro comunità. Il vescovo, nel riservarsi il diritto “di visitare la chiesa per quel che attiene le cose materiali e la soddisfazione degli oneri”, salvaguardò ai confratelli della Compagnia della Madonna dell’Olio il diritto “di esercitare nella chiesa le loro opere di carità e di sposare le solite orfane utilizzando le rendite a questo scopo legate dai testatori”. E’ tramite una relazione redatta nel marzo 1650 da questi frati del convento bivonese che-abbiamo la prima sommaria descrizione della chiesa. Essa vi risulta “lunga 10 canne (20 metri) e larga 2 canne (4 metri); il tetto fatto di legname di chioppo (pioppo) è coperto di canali di creta”; dotata di un campanile con due campane, mostra al suo interno tre altari: “vi è (nell’altare maggiore) un quadro della Madonna col titolo di S. Maria dell’Oglio; nell’altra cappella (laterale) un quadro di S. Nicola da Tolentino (agostiniano). Dinanzi alla chiesa vi è un piano, che arriva fino al fiume, di 40 canne di lunghezza. alla fine di detto chiano vi è la croce del convento murata”. Gli Eremiti Riformati di S. Agostino rimasero in quel convento fino al1665, anno in cui esso venne soppresso in conformità a quanto disposto dalla bolla “lnstaurandae disciplinae” di papa lnnocenzo X.
Dal verbale della visita pastorale del 1669, la chiesa aveva allora due soli altari rispettivamente dedicati alla Madonna dell’Olio e al SS. Crocifisso. Nello stesso verbale troviamo per la prima volta menzione dell’oratorio urbano della Compagnia della Madonna dell’Olio, dove i confrati si riunivano per i loro incontri di pietà e per vestire il saio quando dovevano partecipare alle processioni. Era in quell’ oratorio che taluni anni (quando il maltempo impediva ai fedeli di celebrare la ricorrenza della festività nella chiesa rurale ), il mercoledì dopo Pasqua, veniva portato in forma privata il quadro della Madonna dell ‘ Olio per esporlo alla devozione del pubblico, che non intendeva lasciar passare inosservata quella festa locale della Madonna. Nel 1741 quell’oratorio fu dalla confraternita ceduto, con la riserva dell’uso solitamente fattone, all’arciprete don Ignazio Guggino perché lo trasformasse in “Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio” (come avvenne). In un documento del 1727 troviamo che la Compagnia della Madonna dell’Olio viene citata con il titolo di Compagnia dei Bianchi; ciò ci induce a ritenere che, oltre a quella del culto verso la Madonna, essa si fosse proposta anche finalità caritatevoli, forse analoghe a quelle delle omonime Compagnie dei Bianchi fondate a Palermo nel 1541 e a Cammarata nel 1560, consistenti nel venire incontro alle esigenze materiali dei più poveri, specialmente in caso di malattia o di morte. Un altro elemento che, pur con le dovute differenze, fa pensare ad una analogia fra la Compagnia dei Bianchi di Palermo e quella di Bivona è dato dal fatto che della prima facevano parte soltanto membri della nobiltà palermitana, e della seconda cittadini socialmente ed economicamente solidi insieme con i nobili del luogo, come si rileva, fin dalla prima metà del Seicento, dai cognomi dei pochi governatori della compagnia che ci sono noti e dall’elenco dei ventidue confratelli del1760, ultimo anno in cui, nei documenti consultati, abbiamo trovato notizie sulla compagnia.
Alla fine del Settecento le manifestazioni di culto verso la Madonna dell ‘ Olio (peraltro appellata in documenti dell’epoca “Patrona principale della nostra città”) rischiarono di subire dei contraccolpi negativi dalle beghe che dividevano il clero e la cittadinanza bivonese, soprattutto per certe iniziative prese dal vicario foraneo don Gerlando De Bono. Questi nel luglio 1798 sospese l’ufficiatura della messa festiva in quella chiesa rurale sostenendo “non esservi un atto in virtù del quale si prescrisse tale celebrazione”, e nella lettera spedita al vicario generale per motivare la suddetta iniziativa fece presente che, a suo parere, la celebrazione di quella messa festiva doveva essere stata introdotta “dall’antico marchese Greco, procuratore della chiesa”, in quanto “avendo egli le sue possessioni e feudo vicino alla detta chiesa, così per suo comodo avrà fatto celebrare la suddetta Messa nei giorni festivi per non perdere tempo i suoi borgesi”. Ma la desiderata approvazione del vicario generale Caracciolo non venne; questi, infatti, il 23 luglio 1798 dispose che bisognava “continuare come si era praticato” dato che la celebrazione di quelle messe festive era stata approvata dai vescovi Lanza, Lucchesi e Gioeni. L ‘anno successivo, dovendosi il 27 marzo (mercoledì dopo Pasqua) celebrare, come di consuetudine, la festa della Madonna dell’Olio, ed essendosi in quei giorni “per le continue piogge rese impraticabili le vie al punto che esse non permettevano ai fedeli di sciogliere, secondo il costume, i loro voti ed ossequiare la Vergine nella chiesa di campagna”, il procuratore di questa, sacerdote don Serafino Cardinale, ottenne dall’arciprete Campione di poter celebrare la festività nella Chiesa Madre. Il vicario foraneo De Bono si oppose a questa soluzione sostenendo che la festa, per quel motivo, andava celebrata non in Matrice ma nella chiesa del Purgatorio, gancia urbana di quella chiesa rurale, e, alle proteste del procuratore Cardinale, che “piacevolmente .si scusò di non poterlo secondare” perche la piccolezza della chiesa del Purgatorio avrebbe impedito “un degno svolgersi della festa a cui è solito partecipare tutto il popolo”, il De Bono rispose con parole “le più obbrobriose che furono in pace tollerate”. Il popolo, che sosteneva l’ opinione del sac. Cardinale, coininciò a rumoreggiare, e solo la tempestiva iniziativa di “una persona saggia”, che suggerì ai fedeli di recarsi intanto nella chiesa rurale per prendere il quadro della Madonna (senza il quale non si sarebbe potuto celebrare la ricorrenza) evitò che gli eventi prendessero una brutta piega. Fu soltanto grazie alle numerose pressioni, che quella celebrazione potè, alla fine, svolgersi in Matrice.
Nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento furono ospiti del convento della Madonna dell’Olio degli eremiti laici, solitamente in numero di due, di rado uno soltanto. Essi venivano autorizzati dal vescovo di Agrigento su proposta del parroco di Bivona al quale si rivolgevano, anche dai paesi vicini, gli aspiranti a quella vita eremitica. I prescelti cambiavano il proprio nome personale, vestivano un abito religioso di orbace nero costituito di tonaca e mantello, con cappuccio cucito alla tonaca; vivevano di elemosina e, alla maniera dei Cappuccini, solevano farsi crescere la barba.
La disponibilità di residui attivi e la certezza di poter contare su generose oblazioni dei fedeli indusse nel 1847 la Deputazione Ecclesiastica bivonese a dare avvio a tutta una serie di opere di restauro e di sistemazione della chiesa e del convento che si protrassero fino al 1857. La chiesa, sebbene indicata allora come “in buono stato”, venne rimessa a nuovo ed arricchita di suppellettili ed arredi sacri: la pavimentazione con mattoni “stagnati a disegno” di Burgio (1848-49); l’acquisto di 12 candelabri dorati (tra grandi e piccoli) e 4 rametti con i relativi vasetti (1852-53); una cornice di noce da apporre nella cappella di Maria SS. (1852-53); un cancelletto di ferro nel Cappellone (1854-55); una ninfa di cristallo (1856-57). Per quanto riguarda il campanile, risulta che nel 1848-49 ci furono delle spese per provvederlo di una inferriata e di uno sportello e che nel dicembre 1867 si dovettero spendere onze 4 per sostituirvi la campana, in quanto era rotta. Nei decenni immediatamente successivi, superato senza conseguenze il critico impatto delle leggi concernenti la soppressione delle Corporazioni Religiose (l’ incameramento delle rendite della chiesa al Demanio durò dall ‘1 dicembre 1868 al 20 ottobre 1870), la devozione verso la Madonna ebbe modo di rinvigorirsi, anche per le notevoli modifiche apportate alla celebrazione della sua festa. A causa del cattivo stato di conservazione in cui era ridotto, l’antico quadro della Vergine fu tolto dall’ altare maggiore e, secondo una tradizione orale, fu affidato in custodia al barone De Michele; al suo postò venne collocato il simulacro in legno della Madonna che tiene in braccio il Bambino Gesù, il quale, al pari della Madre, mostra un’ ampolla argentea che fa riferimento a quell’ olio minerale da cui la Madonna prende il titolo. Fu allora (ultimo decennio dell’Ottocento) che alla celebrazione religiosa della festa si decise di dare uno svolgimento più solenne, trasferendo ogni anno processionalmente (nella ricorrenza del mercoledì dopo Pasqua) il nuovo simulacro della Madonna dell ‘ Olio nella Chiesa Madre del paese perché nel mese di maggio la popolazione potesse tributarle il culto mariano con la dovuta solennità, e fissando alla prima domenica di giugno la data di rientro nella chiesa rurale della sacra immagine, sempre processionalmente accompagnata dai fedeli. Un’altra novità venne apportata alla festa della Madonna dell’Olio nel 1971 con l’anticiparne la ricorrenza al lunedì dopo Pasqua (giorno per altro verso festivo), al fine di venire incontro ai numerosi fedeli che nella giornata feriale del mercoledì dopo Pasqua, per motivi di lavoro, non avevano la possibilità di partecipare alle funzioni religiose e alle tradizionali usanze, alle quali la popolazione bivonese risulta tanto attaccata. Ma notiamo che lo spirito laico ed esclusivamente festaiolo della “Pasquetta” rischia di far passare in secondo piano l’ antico significato religioso di quella ricorrenza locale. Naturalmente anche nel corso di questo secolo, per quanto scarsamente documentabili per la mancata conservazione dei registri contabili, sono stati eseguiti nella chiesa i lavori di manutenzione più urgenti. Di ben diverso peso e consistenza sono invece i lavori di risanamento e di ristrutturazione della chiesa e dei locali ex conventuali ad essa annessi, realizzati negli ultimi anni dall’arciprete Castellano su progetto dell ‘ architetto Vincenzina Greco. Un primo stralcio di lavori, finanziato dall’ Assessorato Regionale per i lavori pubblici il 21 agosto 1989, portò nel 1993 a un completo restauro della chiesa e della sagrestia e ad un’ampia ristrutturazione dei locali attigui; successivamente, il 27 dicembre 1994, lo stesso Assessorato Regionale ha approvato un’ulteriore finanziamento per i lavori di completamento del risanamento del santuario.
tratto da Storia delle Comunità Religiose e degli Edifici Sacri di Bivona
di Antonino Marrone
